
A. Tagliaferri: il senso della realt nel taoismo (il chihuahua e
il sanbernardo)

    Il pensiero occidentale - di cui la Logica di Aristotele
individua e, al tempo stesso, codifica la struttura concettuale -
ha un approccio con la realt delle cose del mondo sensibile (le
diecimila creature di cui parla il Tao T Cing) completamente
diverso da quello della cultura cinese: in particolare, il taoismo
ha un carattere radicalmente empirista. La differenza tra le due
culture  ulteriormente accentuata dalla diversa struttura di
linguaggio e dalla diversa scrittura

    E' Aristotele ad aver formulato, e consegnato a noi che ne
avremmo fatto largo uso nei secoli a venire, un ordinamento
gerarchico della realt, attraverso il linguaggio, che sta alla
base della sua Logica, e pertanto del suo intero pensiero, e che
comporta anzitutto l'articolazione in sostanze e in propriet
delle stesse. La ragione per cui oggi noi continuiamo a dare del
cane sia al chihuahua sia al sanbernardo riposa scarsamente su
esigenze scientifiche; si sono modellate su quelle logiche, che
appunto prevedono, fin dagli albori della logica, una distinzione
gerarchica tra le sostanze da una parte e le qualit e gli
accidenti delle stesse dall'altra. La promozione di una parola a
sostantivo, e in particolare a nome comune, impone all'esperienza
dei sensi una struttura in cui i dati sensibili e transitori
risultano subordinati a qualcosa di predicibile e immutabile.
            Gli effetti di questo ordinamento non sono affatto
solo teorici. Basti pensare, per esempio, a quanti imputati
sottoposti a giudizio sono costretti a rimontare, a forza di
qualit e accidenti, e dunque di elementi di realt pi concreti e
tuttavia pi deboli, lo svantaggio di un sostantivo [ad esempio
ladro] attraverso il quale vengono preliminarmente identificati
e appiattiti. Il Chuang-Tze [che, insieme al Tao-Tze  l'opera
fondamentale del taoismo], alle prese con lo stesso problema, e
soprattutto con le sue conseguenze pratiche, nota sarcastico come
sia elastica la definizione di ladro: Chi ruba un fermaglio 
punito con la morte; chi ruba un principato ne diventa signore
(x, Kia-hway). In generale, l'articolazione logica tra sostanze e
propriet delle sostanze comporta una forte interpretazione della
realt, dalla quale quest'ultima appare spesso addirittura
esclusa, sostituita da luoghi comuni e da quelli che Francis Bacon
chiamava idola fori.
            Non tutto l'Occidente ha partecipato a questo
festino ai danni della realt. Il pensiero empiristico, da Ockham
a Berkeley, respinge questa articolazione e afferma come unica
esistenza reale quella di qualit e accidenti. Ma nel linguaggio,
nel linguaggio stesso di chi sta escludendo la sostanza, essa
rimane, contrabbandata attraverso la presenza del sostantivo.
Ebbene, il pensiero taoista dimostra un empirismo radicale. Esso
non si limita ad avvalersi del fatto che la scrittura
ideogrammatica cinese non fa distinzione, se non al pi nel loro
uso, tra sostantivi, aggettivi, verbi e avverbi; muove anche
esplicitamente all'attacco contro le parole usate in modo da
veicolare sostanze (i cosiddetti termini costanti di cui si
parla all'inizio del Tao-T Cing), e lo fa con un accanimento nel
professare aderenza al concreto, allo specifico e al transitorio
che riconferma la sua obiettiva vicinanza a posizioni di
contestazione del linguaggio gestite in Occidente solo dai poeti.
Questo senso della realt quale essa  si scontra dunque
fatalmente e sistematicamente contro ogni astrazione. Ogni
pretenziosa gerarchia tra ci che scorre e si modifica
continuamente e ci che si pretende immutabile al di sotto di
questo fluire diviene perci oggetto di ironia. Ovviamente essa
non scaturisce da una contestazione filosofica della sostanza,
come sarebbe avvenuto con Locke e con Hume, bens per il tramite
di paradossi, apologhi, aforismi e immagini esemplari, di cui sono
disseminati i maggiori testi, e che spesso possono apparire
enigmatici o eccessivi quando non si tenga presente quale
rivendicazione ne determini la anarchica aggressivit

 (A. Tagliaferri, Il taoismo, Newton Compton, Roma, 1996, pagine
86-87)

